Giacomo Bulgarelli cuore di Bologna

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Non è un’immagine, perché in quel momento avevo gli occhi chiusi.

Quel che mi resta del 7 giugno 1964, del mio 7 giugno, è una sensazione paradossale, un brivido freddo: l’arbitro Lo Bello ha appena fischiato la fine ed è il migliore dei finali possibili.

Il Bologna è campione d’Italia: abbiamo vinto – una presa di coscienza tutt’altro che istantanea – al termine di una stagione irripetibile, esaltante e terribile al tempo stesso.

Siamo sopravvissuti alle accuse infamanti di doping, abbiamo lottato sul campo, ma anche nei tribunali, sui giornali, nelle piazze.

Nemmeno la morte del presidente Dall’Ara, appena quattro giorni prima dello scudetto, ci ha piegato: sarebbe stato ridicolo – come sosteneva Bernardini – accettare la proposta dell’Inter e della Federazione di uno scudetto ex aequo.

"Ex cosa?" avrebbe riso il presidente, che amava i compromessi solo quando convenivano a lui.

Ora era finita per davvero e c’era chi piangeva; chi correva senza meta, perché non sapeva che cos’altro fare; chi cercava con gli occhi la moglie in tribuna; chi voleva l’abbraccio dei tifosi.

Bernardini si teneva una mano sul cappello, quasi fosse l’ultimo disperato tentativo di non spiccare il volo.

E io? Io non trovai di meglio che abbandonarmi a terra.

Così, sdraiato sulla schiena, gli occhi socchiusi, ascoltavo il frastuono e cercavo in tutti i modi di essere felice.

Ancora oggi non so se ci riuscii, ma so che a un certo punto si fece strada in me quella sensazione fredda, forse stonata, col senno di poi sicuramente premonitrice.

"Non vivrò mai più un momento così", ecco cosa pensavo, mentre Bernardini si ancorava al cappello e i miei compagni si abbracciavano, cantavano e piangevano.

Mai più: chissà perché certi pensieri sbucano quando non dovrebbero e, soprattutto, perché il tempo non si premura di smentirli.

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